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domenica 7 giugno 2020

Dino Buzzati e il disegno

«Pittura per me non è un hobby, ma un mestiere; hobby è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare storie». 

Dino Buzzati fu uno dei più grandi autori fantastici del '900 italiano. Svolse la carriera di giornalista presso il Corriere della Sera per anni e, in contemporanea, scrisse romanzi e racconti, perlopiù surreali e realistico-magici, tanto da essere definito il "Kafka italiano".
Iniziò l'attività letteraria nel 1933, pubblicando Bàrnabo delle montagne, cui sono seguiti racconti di successo e numerosi romanzi tra i quali Il deserto dei Tartari che, per molti, resta il suo capolavoro. 

Buzzati, però, non si dedicò solo alla scrittura. Una delle sue più grandi passioni era proprio il disegno, che considerava come un secondo mestiere. Le sue opere pittoriche rivelano indizi interessanti sul modo dell'autore di vedere il mondo e sono fortemente legate alle atmosfere e alle situazioni dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Le tematiche dei suoi primi dipinti, infatti, sono il fantastico, il destino, l'attesa, il mistero, protagonisti indiscussi delle sue opere. Il suo stile è particolare, vicino al Surrealismo.

Negli anni sessanta Buzzati inizia a sostituire le precedenti tematiche con nuovi argomenti, come la sessualità e il delitto, presenti nelle 208 tavole a colori del Poema a fumetti (immagine a lato). Quest'ultima è un'opera singolare che rielabora il mito di Orfeo ed Euridice in chiave moderna e introduce un nuovo connubio tra letteratura e disegno che rivela un altro lato di questo autore che tutti conosciamo. 
L'opera è considerata la prima graphic novel italiana e tra le prime nel panorama mondiale. 

Ma è il suo ultimo libro, I miracoli di Val Morel, quello in cui coniuga al meglio le sue due passioni. Lo stesso Buzzati definiva il suo «un racconto in trentanove piccoli capitoli, risolto più con le immagini che con le parole», a sottolineare ancora una volta l'importanza delle immagini e dei disegni, nella vita di Dino Buzzati come in quella dell'uomo in generale.



Il Duomo di Milano, 1958




  Fonti:

giovedì 28 maggio 2020

Giacomo Leopardi e le arti figurative -#STEP20

Si parla poco, o non si parla affatto, del rapporto che Giacomo Leopardi aveva con l'estetica e, più precisamente, con le arti figurative. In un articolo pubblicato sulla rivista semestrale "XY dimensioni del disegno", scritto da Paolo Belardi, docente di composizione architettonica e urbana a Perugia, viene sottolineato il profondo interesse che il poeta nutriva per il disegno e per le arti figurative in genere.

Nello Zibaldone è presente una riflessione datata 12 luglio 1820, in cui Leopardi distingue le
pertinenze disciplinari della rappresentazione e della letteratura:

Incisione di Gaetano Guadagnini (Bologna
1800-1860) dal disegno di Luigi Lolli
"il racconto è uffizio della parola, la descrizione del disegno (eseguito in qualunque modo). Quindi non è maraviglia che quello sia più facile di questa al parlatore. E questa è una delle primarie cagioni per cui era falso ed assurdo quel genere di poesia poco fa tanto in pregio e in uso appresso gli stranieri massimamente, che chiamavano descrittiva. Perché quantunque il poeta o lo scrittore possa bene assumere anche l'uffizio di descrivere, è da stolto farne professione, non essendo uffizio proprio della poesia, e quindi non è possibile che non ne risulti affettazione e ricercatezza, e stento, volendolo fare per istituto e per argomento, lasciando stare la noia che deve nascere dalla lettura di una poesia tutta diretta a un uffizio proprio di un' altra arte, e perciò e inferiore a questa, malgrado qualunque studio, e stentata, e tediosa per la continuazione di una cosa che non appartenendole, non può esser troppo lunga, al contrario di quelle che le appartengono, nelle quali nessuno biasima che [la] poesia si ravvolga tutta intera" (Zib., I, p. 79.)

Tuttavia, come si può evincere dalla riflessione appena riportata, l'interesse di Leopardi per il disegno e le arti figurative nasce in funzione della poesia e della letteratura, la quale, ovviamente, era la forma di espressione prediletta dall'autore.

Eppure la formazione intellettuale di Leopardi comprendeva anche l'apprendimento della pratica del disegno: il celebre poeta, infatti, produsse a sua volta disegni a penna e ritratti, oltre a sviluppare un certo interesse per l'ottica, l'urbanistica e l'illusionismo.
Questa pluralità di interessi conferma inequivocabilmente l'intento tipicamente leopardiano di essere innanzitutto padrone della tecnica in ogni campo dello scibile, in modo da affrancare lo spirito creativo da eventuali condizionamenti e limitazioni, in modo da ampliare gli orizzonti del pensiero umano verso l'infinito.

sabato 23 maggio 2020

Teatri di macchine

I “Teatri di macchine" sono libri del '500 caratterizzati da un grande numero di immagini per raggiungere vasti pubblici. Sono libri a stampa, riccamente illustrati, che aprendosi al lettore come si apre il sipario sulla scena (e molti nel frontespizio ripropongono le architetture teatrali) lo introducono ai saperi più nuovi e curiosi.
Il genere dei “teatri” ha mantenuto grande successo per tutto il Sei e Settecento.

In questi libri, i tecnici e gli ingegneri promuovono le proprie innovazioni, descrivendo le macchine e gli strumenti attraverso il linguaggio del disegno tecnico: per la prima volta appaiono le proporzioni tra la rappresentazione di una macchina e la realtà, e i disegni non sono più in prospettiva, ma in assonometria, la quale rende possibile la misura della terza dimensione. Il disegno tecnico, da semplice raffigurazione, diventa modello di un oggetto che può essere costruito.

Dalla metà del Cinquecento le biblioteche si arricchiscono di teatri del mondo, delle città, anatomici, geografici, astronomici, chimici, botanici, farmaceutici, matematici.
Il primo a inaugurare questo "genere" fu Jacques Besson, matematico francese (Lione, 1569), a cui seguiranno Agostino Ramelli, Vittorio Zonca, Giovanni Branca, per citarne alcuni.

Inizialmente all'interno di questi volumi si trovavano disegni perlopiù naturalistici, con operai che muovevano le macchine per spiegarne l'applicazione e il funzionamento, ed erano spesso accompagnati da didascalie brevi e precise, in modo da lasciar parlare l'immagine il più possibile.
Verso l'inizio del '700, invece, si hanno disegni più ingegneristici, precisi e accurati, spiegati da didascalie approfondite.

Due volumi importanti del ‘600 sono il Novo Teatro di Machine et Edificii  di Vittorio Zonca del 1607 e il Theatrum machinarum novum di Georg Andreas Bockler del 1662.
Macchina da stampa per libri



Quello dello Zonca, stampato postumo, è il primo “teatro di macchine” che spiega in modo approfondito le ragioni del funzionamento dei congegni illustrati.
In questa opera troviamo misurazioni in scala, e alcune descrizioni di macchine realmente esistite.
Poco sappiamo della vita dell’autore: egli fu forse scultore, e divenne architetto della città di Padova e responsabile delle grandi opere tecniche dell'arsenale della Repubblica di Venezia.
La sua opera affascinò profondamente il Galilei che in quegli anni insegnava architettura militare.
Morì a soli 34 anni. La sua opera fu innovativa per la presenza della "legenda" e per la "scala grafica" che appare per la prima volta.




Mulino a vento

 Bockler fu un architetto e ingegnere tedesco specializzato in   idraulica. Lavorò nella città di Norimberga e nel 1661 scrisse   il Theatrum Machinarum Novum, un importante lavoro su mulini,   pompe e altre macchine idrauliche.
 Le 154 tavole incise presenti nell'opera mostrano nel dettaglio tutti   gli elementi meccanici, anticipando la chiarezza espositiva delle   illustrazioni dell'Encyclopedie, che possono essere considerate   apogeo e fine del genere dei teatri.


sabato 4 aprile 2020

Storie e disegni -#STEP06

Prima dell'invenzione del linguaggio e della scrittura, l'unica forma di comunicazione era il disegno. Basti pensare all'epoca preistorica o anche a quella egizia, il cui alfabeto era costituito da simboli e disegni accostati tra loro per formare frasi e parole dal significato compiuto.
Ho ritrovato questa forma di comunicazione in un'opera di Italo Calvino intitolata Il castello dei destini incrociati.

Il libro in questione è una raccolta di 16 racconti in cui si narrano le storie di un gruppo di commensali riuniti all'interno di un castello. Tuttavia, questo castello decadente e sfarzoso è sotto l'effetto di un incantesimo che fa perdere l'uso della parola a tutti coloro che vi entrano. Così i commensali, spinti dal desiderio di raccontare le loro storie, si servono di carte speciali che raffigurano "icone, simboli e archetipi": i tarocchi
Dall'associazione e dall'ordine dei disegni rappresentati sulle carte nascono storie dall'intreccio molto vario, vissute dai commensali che di volta in volta assumono le sembianze dei tarocchi stessi.

"Il Re deve stare al gioco: non stipendia forse il Matto apposta per farsi contraddire e canzonare? È antica e saggia usanza nelle corti che il Matto o Giullare o Poeta eserciti la sua funzione di capovolgere e deridere i valori sui quali il sovrano basa il proprio dominio, e gli dimostri che ogni linea diritta nasconde un rovescio storto, ogni prodotto finito uno sconquasso di pezzi che non combaciano, ogni discorso filato un bla-bla-bla."

La seconda parte del libro si intitola La taverna dei destini incrociati: anche qui si intrecciano storie molto simili alla parte precedente, ma l'ambientazione è una taverna affollata e rumorosa e le carte cambiano: nella prima parte si utilizzano i tarocchi di Bembo, nella seconda i tarocchi marsigliesi che si differenziano dai primi per la grafica e riprodotti in bianco e nero.


Tarocchi di Bembo
Tarocchi marsigliesi